Segno permanente sulle montagne - Una sacra rappresentazione per i monaci di Tibhirine

2017-09-12 L’Osservatore Romano

«La decisione che sembrava impossibile è stata presa»; una voce fuori campo legge alcuni passi del diario di frèreChristophe Lebreton: è uno dei momenti più commoventi di Signum in montibus, sacra rappresentazione in musica e immagini dedicata ai sette trappisti rapiti e uccisi in Algeria nella primavera del 1996. «Io sono suo — scrive Christophe, il più giovane dei monaci del convento nel suo diario — e seguo le sue orme. Vado verso la mia piena verità pasquale. Vi dico, in piena verità, tutto va bene. La fiamma si è piegata, la luce si è inclinata (…) Posso morire. Eccomi qui». Il titolo del dvd — pubblicato dall’associazione Cortona cristiana su etichetta Angelicum nel 2013 — prende spunto dalla scritta in latino, “Segno sulle montagne”, posta sullo stemma del monastero di Notre-Dame de l’Atlas di Tibhirine. Una profezia realizzata oltre ogni possibile progetto umano: a più di vent’anni di distanza dal loro martirio, la testimonianza dei monaci è più viva che mai.

I sette monaci trappisti del convento di Notre-Dame de l’Atlas di Tibhirine rapiti e uccisi nel 1996

La loro storia è stata raccontata nel 2010 dal film di Xavier Beauvois ed Étienne Comar Uomini di Dio, che ha messo d’accordo pubblico e critica, e ha avuto il plauso anche di frère Jean-Pierre, uno dei due cistercensi sopravvissuti. «Questo film — ha detto il padre, ringraziando i registi — mi ha profondamente toccato. Di quegli anni conservo soprattutto il ricordo di una piccola comunità fraterna, il lavoro in comune, la preghiera delle ore. È stata una grande emozione rivivere tutto questo nel film, che trasmette un messaggio vero, anche se i dettagli del racconto non sono tutti esatti. Ma questo non ha importanza. L’essenziale è che la pellicola restituisca in maniera autentica il senso della nostra presenza lì. E poi, in tutto il film, c’è questa presenza di Dio e questo abbandono a lui, che dice molto bene l’essenza della nostra vita monastica».

La grande bellezza che irradia da questo film, continua frère Jean-Pierre, «mi ha confermato nella convinzione che la scomparsa dei fratelli non sia stata inutile. La morte dei santi è seme di cristiani. La loro scomparsa ha creato dei legami, e non cessa di crearne, di là di ogni frontiera. Qui, a Midelt in Marocco, la nostra cuoca, Ba’ha, una berbera musulmana, ha voluto guardare Uomini di Dio. Gliene abbiamo prestata una copia, così come ad altri membri della sua famiglia. Sono stati impressionati da quanto hanno visto. Anche altri vicini ce l’hanno chiesto. Insomma, il dvd diviene uno strumento formidabile per continuare il dialogo con i musulmani».

Anche la meditazione per musica e immagini Signum in montibus vuole aiutare lo spettatore a inoltrarsi nel mistero dell’abbandono a Dio, cuore della vita monastica, facendoci conoscere più da vicino Bruno, Célestin, Christian, Christophe, Luc, Michel e Paul. Uomini molto diversi l’uno dall’altro per età, storia, mentalità, temperamento: Luc è un anziano medico, Michel un ex operaio fresatore, Paul è stato idraulico e ufficiale paracadutista, Christophe è un ex sessantottino quarantacinquenne impetuoso e inquieto, Célestin è stato per molti anni prete diocesano a Nantes e, dopo le intimidazioni dei terroristi del Natale 1993, deve convivere con sei by-pass coronarici.

Uomini che condividono il tempo del lavoro e il tempo del riposo e scherzano sul loro destino annunciato se non accetteranno di andarsene — «Ma non c’è un modo per salvare la pelle e andare in paradiso lo stesso?» dice frère Paul durante una riunione con i confratelli. Uomini “normali” che discutono e litigano tra loro, certi di essere stati con-vocati, chiamati insieme da Dio a collaborare al suo misterioso progetto di salvezza.

La musica, sempre presente, alterna temi inediti, liriche per canto in lingua francese, motivi solistici in duo con la parola, canti gregoriani e canti conventuali intonati dalla Corale Zefferini di Cortona, parti in prosa scritte da Augusta Tescari e dal poeta Giovanni Costantini. Alle immagini degli esecutori dei brani musicali si alternano le foto dei trappisti uccisi, custodite dall’abbazia di Aiguebelle (da cui dipendeva la sede algerina di Tibhirine) oltre a scorci di interni delle chiese italiane — San Domenico a Cortona e Santa Giustina a Padova — dove il video è stato girato.

Tanti, troppi ingredienti, di ottima qualità se presi singolarmente, ma non ben amalgamati gli uni con gli altri. Nel linguaggio video less is more e alternare troppi elementi di origine diversa rischia di indebolire la forza scabra, semplice, dirompente del messaggio originale.

Sarebbe stato sufficiente far scorrere una dopo l’altra le foto del monastero, lasciando allo sguardo dello spettatore il tempo di posarsi con calma sul paesaggio intorno a Notre-Dame de l’Atlas, sui campi resi prosperi e fertili dalla presenza del carisma cistercense (in lingua berbera Tibhirine significa “giardino”) limitando musica e letture alla sola dimensione audio, come colonna sonora. Basta guardare i volti sorridenti dei monaci per capire che — come ha scritto Papa Francesco nella prefazione a un libro recentemente uscito in Francia — «gli assassini non hanno tolto loro la vita: l’avevano donata prima».

di Silvia Guidi